Usare l’intelligenza artificiale senza spegnere il pensiero

Immaginate di entrare nello studio di un medico e scoprire che non ha mai toccato un corpo umano. Ha letto milioni di cartelle cliniche, conosce ogni sintomo, ogni diagnosi suona perfetta. Ma non ha mai visto un organo, non ha mai sentito la differenza tra un dolore che si irradia e un dolore localizzato. Le sue spiegazioni sarebbero persuasive, rassicuranti. Ma, nel momento in cui doveste scoprire che la sua conoscenza è fatta solo di pattern linguistici e non di contatto con il mondo reale, qualcosa di essenziale si dissolverebbe.

Questo è esattamente ciò che accade quando usiamo l’intelligenza artificiale senza tenere acceso il cervello.
In questo articolo vi mostrerò 7 modi per evitare che questo accada.

Il problema dell’efficace impiego dell’AI nelle aziende

Nella mia attività di corporate trainer certificato sulle tecniche del Professor Edward de Bono, vedo ogni giorno professionisti e aziende che si trovano di fronte a un dilemma: come sfruttare la potenza dell’intelligenza artificiale senza perdere la capacità di pensare in modo critico, creativo e strategico?

Mi è capitato di lavorare con un’azienda manifatturiera dove i manager avevano iniziato a delegare completamente all’AI l’analisi dei dati di produzione.
I report erano perfetti, le presentazioni impeccabili. Ma quando abbiamo applicato la tecnica dei Sei cappelli per pensare a una decisione critica sulla riorganizzazione della supply chain, ci siamo accorti di un problema: nessuno era più in grado di mettere in discussione i dati, di vedere i rischi nascosti, di immaginare alternative creative. Il cervello si era spento. L’intelligenza artificiale aveva fatto il lavoro, ma l’intelligenza umana aveva smesso di funzionare.

Le differenze tra intelligenza artificiale e intelligenza umana nell’uso del linguaggio

  • Come l’AI può migliorare il ragionamento senza sostituire il giudizio umano?
  • Quali sono gli errori più comuni quando si usa l’AI per decidere o pianificare?
  • Come usare l’AI per verificare punti ciechi, rischi e controargomentazioni?

Prima di illustrare alcuni modi pratici per usare l’AI mantenendo attivo il cervello, è fondamentale comprendere cosa distingue realmente l’intelligenza umana da quella artificiale. Non si tratta di una competizione, ma di capire quali sono le differenze essenziali per poterle sfruttare a nostro vantaggio.

La ricerca neuroscientifica degli ultimi anni ci ha fornito evidenze straordinarie su queste differenze. Il team di ricerca guidato da Anna Anya Ivanova, docente presso la Scuola di Psicologia del Georgia Tech (Georgia Institute of Technology) e Kyle Mahowald, docente presso il Dipartimento di Linguistica dell’Università del Texas ad Austin, ha condotto uno studio, pubblicato nel marzo 2024, che ha rivelato qualcosa di fondamentale: il cervello umano utilizza regioni cerebrali completamente separate per l’elaborazione del linguaggio e per il ragionamento.
La ricerca, condotta utilizzando tecniche di neuroscienze cognitive, tra cui risonanza magnetica funzionale e valutazioni comportamentali di individui con danni cerebrali, ha dimostrato che nel cervello esistono un modulo dedicato all’elaborazione del linguaggio e moduli distinti dedicati al ragionamento.

I modelli linguistici di grandi dimensioni (cosiddetti LLM o Large Language Model), al contrario, ragionano intrinsecamente attraverso il linguaggio, usano il linguaggio come strumento primario del pensiero, mentre per gli esseri umani il linguaggio serve principalmente come mezzo di comunicazione del pensiero stesso.

I risultati del team hanno dimostrato che il cervello umano utilizza regioni diverse per la competenza linguistica funzionale (ossia per la capacità di utilizzare il linguaggio in situazioni del mondo reale) e quella formale (ossia per la conoscenza delle regole e delle regolarità statistiche del linguaggio).

Pertanto, quando usiamo l’AI per pensare, stiamo utilizzando un mezzo, uno strumento, che funziona in modo diverso dal nostro cervello, poiché il cervello trasmette, comunica il pensiero, i risultati del processo di pensiero, mediante il linguaggio, servendosi del linguaggio, mentre l’AI usa il linguaggio come strumento stesso del ragionamento, procede attraverso relazioni tra parole e pattern linguistici.

L’AI elabora direttamente mediante il linguaggio.
Gli esseri umani invece pensano attraverso processi cognitivi non linguistici e poi traducono questi pensieri in parole.

La modularità rilevata dallo studio citato, costituita dalla presenza, nel nostro cervello, di un modulo dedicato all’elaborazione del linguaggio e di moduli distinti dedicati al ragionamento, potrebbe anche servire come modello per sviluppare future AI con funzionamento più simile a quello del modello umano. Sviluppare AI sul modello del cervello umano potrebbe aiutare a creare sistemi più potenti, consentendo loro al contempo di integrarsi in modo più naturale con gli utenti umani.

I rapporti l’intelligenza umana e le tecniche di pensiero

Prima di individuare i modi per usare l’AI, è importante evidenziare i rapporti e le correlazioni tra intelligenza umana e intelligenza artificiale.

Prima dell’avvento dell’AI, l’uomo aveva solo il cervello, che talvolta viene anche designato con il termine “mente”. In realtà è più appropriato utilizzare il termine “cervello” per designare l’organo di cui sono dotati gli esseri umani, ma non solo, e quello “mente” per designare le potenzialità o facoltà o capacità di pensiero del cervello.
Come ha evidenziato il Professor Edward de Bono, la mente o intelligenza o capacità di pensiero è tendenzialmente uguale per tutti gli esseri umani, e, ciò che cambia, ciò che fa la differenza, è il suo sfruttamento.

Possiamo ottimizzare lo sfruttamento del cervello, ossia dell’intelligenza, con varie tecniche di pensiero.
Ovviamente la scienza è in continua evoluzione, e pertanto le conoscenze relative al cervello e al suo funzionamento sono inevitabilmente parziali e suscettibili di futuri miglioramenti, in quanto alcuni elementi e alcune funzioni del cervello e dell’intelligenza sono già stati individuati e verificati, e in futuro la scienza potrebbe approdare a ulteriori scoperte.
A ciò va aggiunta la considerazione che anche il cervello umano subisce evoluzioni, nell’ambito della più generale evoluzione degli esseri umani, evoluzioni che riguardano sia la sua struttura, sia le sue funzioni, il suo funzionamento, le sue modalità di funzionamento.

In base alla conoscenza attuale, sono state elaborate varie tecniche di pensiero per sfruttare al meglio la nostra intelligenza. Queste tecniche si perfezionano e si evolvono costantemente, in parallelo al progresso degli studi sul cervello umano.

Possiamo pertanto paragonare il cervello e l’intelligenza all’hardware del PC, e le tecniche di pensiero che ci aiutano a sfruttarli al software, che consente di sfruttare l’hardware di cui disponiamo.

I limiti del comune e tradizionale modo di pensare e il loro superamento mediante le tecniche di pensiero de Bono

Le tecniche di pensiero de Bono, dei Sei cappelli per pensare o tecnica del pensiero parallelo, del pensiero laterale e del pensiero strategico, servono a superare i tre limiti del comune e tradizionale modo di pensare individuati dal Professor Edward de Bono, costituiti:

  • dalla circostanza che nel comune e tradizionale modo di pensare viene praticato il cosiddetto adversarial thinking o pensiero in contraddittorio, con cui ogni pensatore tende a fare prevalere ad ogni costo la propria opinione preconfezionata, preformata, su quella degli altri pensatori;
  • dalla circostanza che nell’attuale società, nell’attuale cultura, viene data preminenza alle attività di processing, di elaborazione dei dati, rispetto alla preliminare e fondamentale attività di perception, di acquisizione e di verifica dei dati e delle informazioni;
  • e, da ultimo, dalla circostanza che il nostro cervello, di default, funziona sulla base di schemi o modelli, che gli impediscono di generare nuove idee.

E appunto in considerazione di questi limiti la tecnica dei Sei cappelli per pensare o tecnica del pensiero parallelo dà altissima importanza all’attività di perception, di acquisizione dei dati e delle informazioni e della loro verifica, e usa i cappelli quali attention directing frameworks, come strutture per indirizzare, potenziare l’attenzione.

La tecnica del pensiero laterale serve a rompere gli schemi o modelli, che ci impediscono di generare nuove idee, e la tecnica del pensiero strategico è funzionale alla messa a fuoco dei problemi in particolare o degli obiettivi in generale, consentendoci appunto, una volta messi a fuoco i problemi o gli obiettivi, di adottare tecniche efficaci per il loro conseguimento.

Cos’è l’intelligenza artificiale e quali sono i suoi rapporti con l’intelligenza umana

Non riteniamo sia opportuno dare un’unica, definitiva e cristallizzata definizione dell’AI, in relazione alla quale esistono vari approcci e tentativi, perché le definizioni e le classificazioni sono proprie del tradizionale e comune modo di pensare, basato sulle boxes, sulle categorie, e le stesse sono nemiche delle tecniche di pensiero efficaci, in quanto costringono gli esseri umani a praticare il pensiero verticale o adversarial thinking, che porterebbe ad escludere dall’ambito dell’AI tutto ciò che non rientra in una rigida definizione, che potrebbe avere delle carenze ed essere in ogni caso sempre suscettibile di miglioramento.

Possiamo genericamente dire che l’AI è costituita da una serie di processi di elaborazione di dati e informazioni, realizzati da una macchina che li ha ricevuti, che tendono a fornire un output simile o paragonabile a quello che fornirebbe l’intelligenza naturale, basata sul cervello degli esseri umani, in risposta agli input ricevuti.

Le attuali forme o tipologie di AI tentano di riprodurre il funzionamento, tramite macchine, delle reti neurali umane.
Pertanto chi produce applicazioni di AI deve innanzitutto conoscere il funzionamento delle reti neurali umane, e in tale campo la conoscenza è in continua evoluzione, in quanto c’è ancora molto da scoprire e verificare.

Inoltre, chi produce tali applicazioni deve affrontare le problematiche relative all’imitazione/riproduzione, mediante macchine, del funzionamento delle reti neurali umane.
Anche in relazione a tale secondo aspetto, la conoscenza è in continua evoluzione, in quanto si tende a perfezionare il funzionamento di tali macchine, ma non siamo ancora arrivati ad avere una macchina che sia in grado di avere le stesse capacità di pensiero del nostro cervello.

Le AI pertanto si evolvono, sia a livello di struttura/architettura su cui sono basate, sia a livello di funzionamento. Si evolvono inoltre anche le nostre conoscenze relative sia alla struttura/architettura delle AI, sia al loro funzionamento.
L’asticella dei limiti di impiego delle AI è pertanto in continua evoluzione.

Oggi alcuni compiti sono svolti dalle AI con maggiore efficacia e più rapidamente rispetto all’intelligenza umana.
Un esempio è costituito dalle modalità di controllo dei cittadini non appartenenti all’Unione Europea da parte delle autorità di frontiera degli Stati membri, mediante il cosiddetto Entry/Exit System (EES), che, mediante il ricorso all’intelligenza artificiale, confronta in tempo reale i dati biometrici con quelli archiviati, consentendo di rilevare tentativi di ingresso fraudolenti, documenti o passaporti falsi o utilizzati da soggetti diversi dal loro titolare. Qui l’AI supera nettamente le capacità del cervello umano.

Per altri compiti, invece, l’intelligenza umana o naturale è ancora superiore rispetto all’AI.
Pensiamo a un chirurgo in sala operatoria che si trova di fronte a un ostacolo non segnalato dalla risonanza durante un intervento chirurgico per accedere a un determinato organo e che deve prendere rapidamente una decisione su cosa fare per fare guarire il paziente o comunque per non peggiorarne le condizioni attuali.

Come si relaziona l’AI con il nostro cervello?

L’AI ci può aiutare innanzitutto nell’assolvimento di alcuni compiti che un tempo assolveva l’intelligenza naturale, compiti il cui assolvimento viene interamente demandato all’AI, che li svolge pertanto in autonomia, sostituendo, in tale modo, gli esseri umani.
In tale modo l’AI alleggerisce il lavoro, i compiti, degli esseri umani.
Ne costituiscono esempi i robot, gli automi e le macchine pensanti, che agiscono in autonomia per l’assolvimento di specifici compiti per cui sono stati creati.

L’AI può inoltre assistere il cervello umano nello svolgimento di determinate attività, e ciò può avvenire in due modi.

Un primo modo è costituito dalla formulazione, da parte dell’essere umano, di una serie di richieste o input all’AI, ai quali l’AI risponde.
In questo modo l’AI è paragonabile a un esoscheletro del nostro cervello, in quanto consente di aggiungere, al pensiero umano, l’elaborazione degli input effettuata dalla macchina, che tende a imitare/riprodurre il funzionamento delle reti neurali umane. In tale modo l’elaborazione effettuata dal nostro cervello è arricchita da quella effettuata dalla macchina.

È tuttavia di estrema importanza che il nostro cervello mantenga il controllo del processo di pensiero, in quanto l’AI non è infallibile, e può dare risposte non adeguate o incorrere in allucinazioni. Per questo gli output dell’AI vanno sempre verificati da chi la usa, senza “spegnere” il cervello.

In questo modo l’AI è un mezzo di sfruttamento della nostra intelligenza, sia in quanto è complementare all’intelligenza umana, sia in quanto gli output dalla stessa prodotti sono realizzati anche mediante il contributo di altre menti umane che hanno contribuito alla costruzione e all’elaborazione della macchina, consentendo il suo apprendimento.
In relazione a tale aspetto viene spesso affermato che l’AI è una forma di intelligenza collettiva, in quanto è appunto realizzata anche con il contributo di molti altri esseri umani rispetto a chi la utilizza.

L’AI può inoltre avere (ed è questo il secondo modo in cui l’AI assiste il cervello umano) l’utile funzione di aiutare a gestire/usare le tecniche di pensiero, che, come abbiamo visto, costituiscono una sorta di software del nostro cervello, che consente di sfruttarne le sue potenzialità, in relazione all’implementazione di alcuni step previsti da tali tecniche.

Illustreremo questa funzione nel paragrafo dedicato ai vari modi di usare l’AI.

L’AI è pertanto sia un’entità autonoma, che assolve compiti che un tempo assolveva l’essere umano esclusivamente con il proprio cervello, eventualmente con l’aiuto di macchine o strumenti “non pensanti”, sia un mezzo o strumento di sfruttamento dell’intelligenza, e anche, al contempo, un mezzo o strumento che aiuta lo sfruttamento delle varie tecniche di pensiero.
Pertanto gli esseri umani possono pensare in autonomia, senza fare minimamente ricorso all’intelligenza artificiale, ovvero pensare utilizzando l’AI, facendosi aiutare e assistere dall’AI.

Perché quando si usa l’intelligenza artificiale occorre evitare di spegnere il cervello

Prima di illustrare i modi positivi per usare l’AI, chiarisco cosa significa “evitare di spegnere il cervello”.
Significa che l’intelligenza artificiale non deve sostituire o rimpiazzare il nostro cervello, ovviamente salvo che nei casi in cui, in esito a varie verifiche effettuate, è stato dimostrato che l’AI svolge già in modo più rapido ed efficace compiti che in passato venivano svolti esclusivamente dagli esseri umani (pensiamo all’AI che sovrintende al funzionamento di robot per l’assemblaggio di alcune parti di prodotti presenti su una linea produttiva).

Quando dobbiamo risolvere un problema, effettuare un miglioramento o assolvere un compito, non possiamo limitarci a recepire passivamente e acriticamente gli output che ci restituisce l’AI, fondamentalmente per le seguenti ragioni.

Prima ragione.
L’AI può avere delle allucinazioni, perché in alcuni casi può generare output, risposte o risultati che sembrano plausibili, ma sono in realtà falsi, e ciò in quanto l’algoritmo che presiede al funzionamento dell’AI genera gli output, risposte o risultati per lui più probabili, secondo il modello probabilistico interno creato in fase di addestramento.

Seconda ragione.
L’AI in alcuni casi può dare una risposta, un output, inidoneo a farci realizzare il nostro focus, il nostro obiettivo reale.

Con particolare riferimento a dati e informazioni, l’AI non sempre ci fornisce dati e informazioni verificati e provenienti da fonti autorevoli.
Pertanto il nostro cervello deve rimanere sempre attivo per verificare gli output che ci fornisce l’AI.
È altamente opportuno, ad esempio, quando si consulta un chatbot di AI, domandare, in esito all’output che ci ha prodotto, “sei sicuro?”, “hai inventato?”, o formulare altre domande che inducono il chatbot a svelare, dove l’algoritmo glielo consenta, come è giunto a elaborare l’output, la risposta che ci ha fornito, in modo che possiamo controllare l’efficacia dell’output o della risposta che abbiamo ricevuto.

Quando utilizziamo le tecniche de Bono, tecniche che insegno quale corporate trainer certificato, tali tecniche, oltre a potenziare il nostro pensiero, consentendoci di sfruttare tutte le potenzialità del nostro cervello, al tempo stesso ci proteggono dai rischi di un uso totalmente passivo e sostitutivo dell’AI, in quanto prevedono sempre il controllo dell’essere umano, durante l’intero processo di pensiero.

Questa forma di scudo, di protezione, dagli effetti negativi dell’AI quando le facciamo svolgere l’intero processo di pensiero, ovvero le demandiamo l’assolvimento di compiti per i quali il cervello umano è tuttora insostituibile o che vengono svolti in modo più efficiente dal cervello umano, presente in tutte le tecniche de Bono, è di assoluta evidenza nella tecnica dei Sei cappelli per pensare o tecnica del pensiero parallelo.
Quando si usa tale tecnica, infatti, ogni sessione di pensiero è caratterizzata dalla presenza almeno di un cappello blu iniziale e di un cappello blu finale, che dirige e coordina l’intera sessione di pensiero, esercitando un ruolo attivo di controllo anche nell’uso degli altri cappelli.

La mappa dei rapporti tra cervello, tecniche di pensiero e intelligenza artificiale

Vi condivido di seguito una mappa sintetica in cui ho evidenziato i rapporti e le interazioni tra cervello, AI, e modi di pensare e tecniche di pensiero.

In questa mappa illustrerò le relazioni tra tre elementi, il cervello e le sue potenzialità (descritte sinteticamente con il termine “mente” collocate in un nodo con sfondo azzurro), i modi di pensare e le tecniche di pensiero (collocati in un nodo con sfondo verde), e l’AI (collocata in un nodo con sfondo viola).

1. IL CERVELLO E LE SUE POTENZIALITÀ

Iniziamo dal primo elemento.
In relazione al cervello e alle sue potenzialità, ho evidenziato in giallo due aspetti importanti di cui occorre tenere conto, costituiti dall’evoluzione della struttura e delle funzioni del cervello umano, ossia COME È FATTO E COME FUNZIONA, e dall’evoluzione delle conoscenze scientifiche sulla struttura e sulle funzioni del cervello umano, ossia COSA CONOSCIAMO DI COME È FATTO E COSA CONOSCIAMO DI COME FUNZIONA.

Per quanto concerne i modi di pensare e le tecniche di pensiero, i modi di pensare, abbiamo visto, costituiscono, rispetto al cervello, una sorta di software che consente di sfruttare le potenzialità, le capacità, del cervello.
È possibile pensare innanzitutto in modo standard, automatico, tramite modi di pensare tradizionalmente e comunemente praticati, che costituiscono il modo di pensare che viene praticato di default, come conseguenza o effetto della cultura e della formazione, non specificamente dedicata alle tecniche di pensiero, che ogni persona, ogni pensatore, riceve nella sua vita.
È inoltre possibile pensare tramite delle tecniche di pensiero elaborate per sfruttare le potenzialità del cervello e dell’intelligenza, che vengono apprese e impiegate con la specifica finalità di potenziare il proprio pensiero. Queste sono tecniche dedicate a sfruttare le capacità del nostro cervello.

Entrambi questi modi di pensare hanno influenza sul nostro cervello, perché costituiscono il software di funzionamento del nostro cervello.
Sia i modi di pensare in generale che le tecniche di pensiero in particolare sono anch’essi soggetti a evoluzione, e ho evidenziato questo aspetto con il colore giallo, con cui ho evidenziato appunto l’evoluzione che hanno i modi di pensare, per effetto dell’evoluzione della cultura e delle condizioni economiche e sociali, e anche le tecniche di pensiero.

2. L’AI CHE SOSTITUISCE IL CERVELLO UMANO

Passiamo adesso all’AI, anch’essa soggetta ovviamente a evoluzione, ed esaminiamo come l’AI può venire impiegata in relazione al cervello umano.

Fondamentalmente abbiamo due modi di impiego.
Una prima interazione dell’AI con il cervello umano si verifica quando l’AI viene impiegata per sostituire il cervello umano o una relazione cervello-macchina.
Possiamo avere due casi.

Possiamo avere il caso in cui gli esseri umani spengono il cervello, demandando integralmente il proprio pensiero all’AI. E questa attività, come abbiamo visto e vedremo nel prosieguo di questo articolo, è estremamente pericolosa, in quanto l’AI non ha ancora raggiunto in tutti i settori le prestazioni, le funzionalità, del cervello umano. Pertanto, ho evidenziato questo uso dell’AI con contorno rosso.

E possiamo, sempre nell’ambito di questo primo modo, avere dei robot, degli automi o delle macchine pensanti che agiscono in autonomia per l’assolvimento di specifici compiti per cui sono stati creati. Non siamo più in presenza dell’essere umano che utilizza determinate macchine, determinati strumenti, ma in presenza di macchine pensanti, che, guidate dall’AI, agiscono in autonomia.
Questo modo di relazione AI-cervello umano, che viene sostituito, non presenta i rischi elevati dello spegnimento del cervello, che abbiamo appena illustrato, in quanto queste macchine, robot o automi, vengono normalmente adeguatamente verificati e testati, per cui l’impiego di queste macchine che ricorrono all’AI presenta notevoli vantaggi in relazione allo svolgimento di compiti che in passato venivano svolti da macchine sotto il diretto controllo degli esseri umani.

3. L’AI CHE AIUTA IL CERVELLO UMANO

Un altro modo di impiego dell’AI in relazione al nostro cervello è quando l’AI viene impiegata per aiutare il cervello umano, che non viene spento, ovviamente.
E possiamo avere due casistiche.

Una prima casistica ricorre quando l’essere umano demanda all’AI, sotto il proprio controllo e supervisione, compiti che in passato svolgeva esclusivamente impiegando il proprio cervello, ed è quello che viene fatto normalmente quando, senza impiegare una tecnica di pensiero, si interroga un chatbot di intelligenza artificiale, un AI chatbot.
E in questo caso questa attività ha impatto diretto, influenza diretta, sul cervello umano, in quanto viene posta in essere una collaborazione tra cervello e chatbot.
Non viene spento il cervello, il chatbot agisce sotto il controllo del cervello umano, ma svolge delle funzioni che in passato venivano totalmente svolte dal cervello umano.

Un’altra casistica è quella che ricorre quando l’essere umano che impiega l’AI quale ausilio delle tecniche di pensiero impiegate.
E qui possiamo avere l’impiego di chatbot generalisti, come Claude, ChatGPT o Gemini, e possiamo invece avere l’impiego di AI chatbot specificamente dedicati alle tecniche di pensiero, come nel caso del chatbot de Bono Hats GPT, che è specificamente dedicato all’impiego della tecnica dei Sei cappelli per pensare.

Quando l’AI viene impiegata quale ausilio delle tecniche di pensiero, non impatta direttamente sul cervello umano, non agisce direttamente sul cervello umano, ma aiuta l’impiego delle tecniche di pensiero, le quali, a loro volta, impattano sul cervello, influenzano il funzionamento del cervello umano.

Mentre invece, nel caso in cui viene usata l’AI senza una tecnica di pensiero dall’essere umano, in questo caso l’AI interagisce direttamente con il cervello umano.

4. SINTESI FINALE

Quindi fondamentalmente, e riassumendo, i modi di pensare e le tecniche di pensiero hanno effetti sul cervello umano perché ne consentono il funzionamento.
Possiamo utilizzare modi di pensare tradizionalmente e comunemente praticati, quelli che ci vengono impartiti in base alla nostra formazione, in base alla nostra cultura, in base alle condizioni economiche e sociali in cui viviamo, in una determinata epoca, e possiamo avere delle tecniche di pensiero elaborate per sfruttare le potenzialità del nostro cervello, costituite dalle tecniche elaborate dal Professor Edward de Bono o da altre tecniche di pensiero.
In questo caso, quindi, è evidente come i modi di pensare, le tecniche di pensiero, consentono al nostro cervello di funzionare.

L’AI si rapporta in vario modo, si relaziona in vario modo con il con il cervello umano, sia direttamente, sia tramite le tecniche di pensiero.
Si relaziona con il cervello umano direttamente, sostituendolo, quando spegniamo il cervello o quando utilizziamo robot, automi e macchine pensanti, che consentono lo svolgimento di determinati compiti senza l’intervento dell’essere umano, che impiega a sua volta il cervello.
Possiamo avere poi una collaborazione, un’interazione o relazione diretta, tra AI e cervello quando, senza ricorso a una tecnica di pensiero, gli esseri umani usano l’AI tramite il modo di pensiero tradizionalmente e comunemente praticato, e in questo caso ho inserito il collegamento direttamente con il cervello, in quanto in tale caso viene impiegato, di default, il modo di pensare tradizionale.
Possiamo poi avere una relazione indiretta tra AI e cervello, che si verifica quando l’AI viene impiegata per aiutare le tecniche di pensiero, che sono tecniche elaborate per sfruttare le potenzialità del cervello, le quali, a loro volta, come abbiamo visto, esercitano un’influenza sul nostro cervello.

Ho evidenziato in rosso anche i modi di pensare tradizionalmente e comunemente praticati, perché, come abbiamo visto, in questo e in anche in altri articoli e relativi video di riferimento, il tradizionale e comune modo di pensare ha una serie di limiti che impediscono lo sfruttamento di tutte le capacità, di tutte le potenzialità, del nostro cervello, limiti che vengono superati dalle tecniche di pensiero in generale e dalle tecniche de Bono da me insegnate in particolare.

Informazioni preliminari sull’utilizzo degli AI chatbot

Prima di illustrarvi i vari modi di usare l’AI senza spegnere il cervello, ritengo opportuno darvi qualche informazione preliminare sull’utilizzo dei chatbot di intelligenza artificiale o AI chatbot.

Potete vedere le mie interazioni con il chatbot cui faccio riferimento di seguito consultando il video che trovate in alto.

Utilizzerò come esempio il chatbot Claude, realizzato da Anthropic.
Prima di impiegare il chatbot è possibile effettuare una serie di opzioni. Cliccando sul pulsante “+”, abbiamo normalmente, di default, abilitata l’opzione relativa alla “Ricerca web”, che consente appunto al chatbot di andare in rete per effettuare delle ricerche quando lo reputa necessario. Possiamo deselezionare quest’opzione, e in questo caso il chatbot effettuerà le ricerche soltanto sui suoi server, senza connettersi in rete.

Un’altra opzione è quella relativa alla “Ricerca”, che è diversa dalla “Ricerca web”.
La “Ricerca” sta per “Advanced Search Mode”, ed è una tecnica di ricerca avanzata, che consente al chatbot di effettuare la ricerca in differita, ossia anche quando ci scolleghiamo dalla piattaforma che ne consente la fruizione. Possiamo ovviamente anche continuare a usare il chatbot per effettuare altre ricerche o interazioni con lo stesso mentre sta effettuando la sua ricerca avanzata.
Al successivo collegamento il chatbot ci restituirà i risultati, e i risultati, anche se rimaniamo loggati, sono più numerosi e di maggiore qualità, in quanto con questa opzione il chatbot effettua un numero superiore di ricerche, con conseguente maggiore consumo delle risorse degli abbonamenti per chi utilizza appunto il chatbot mediante un abbonamento. Evidenziamo come, con riferimento a quest’opzione, è possibile utilizzare in modo efficace il chatbot soltanto con un abbonamento che ne consente la fruizione a pagamento.

Un’altra opzione che è possibile effettuare è quella dei vari modelli.
Di default è abilitato il Sonnet 4.6. Posso scegliere di cambiare modello, ad esempio selezionare l’Opus 4.6, quando ho bisogno di particolari tipi di ricerche, nell’ambito di particolari progetti che intendo realizzare, e posso anche optare per modelli precedenti, andando in “Altri modelli”. Tale opzione talvolta è utile perché è possibile che i modelli più recenti abbiano ancora dei bug e non siano stati ancora perfezionati in relazione a determinate funzioni.

Un altro aspetto interessante è la possibilità di attivare il cosiddetto “Ragionamento esteso”, che consente al chatbot di avere più tempo per effettuare l’elaborazione dei nostri input e poi restituire gli output, per la cui elaborazione appunto noi concediamo al chatbot più tempo, e il ragionamento esteso allunga pertanto i tempi del ragionamento, del funzionamento, per attività complesse.

7 modi per usare l’AI senza spegnere il cervello

Per quanto concerne i modi che vi illustrerò, tenete presente che non è possibile elencarli tutti.
La scienza e la tecnologia sono in continua evoluzione, e non è opportuno cristallizzare i modi in rigidi e tassativi elenchi che arresterebbero i nostri progressi e quelli dell’intera umanità.
Mi limiterò pertanto a indicare alcuni modi positivi di usare l’AI, che si contrappongono a quelli negativi, che invece spengono il cervello, demandando ogni attività di pensiero all’AI e recependo passivamente e senza alcun vaglio i suoi output, i risultati dei suoi processi.

PRIMO MODO: ASSEMBLARE SEQUENZE DI CAPPELLI
Nella tecnica dei Sei cappelli per pensare, l’AI è utile per assemblare le sequenze di cappelli, in quanto possiamo utilizzarla sia per creare sequenze contingenti e flessibili, partendo da sequenze fisse di cappelli che già abbiamo, sostituendo, eliminando o aggiungendo uno o più cappelli nella sequenza, sia per creare sequenze di cappelli in evoluzione, per stabilire quanti e quali cappelli inserire quando programmiamo e assembliamo una sequenza di cappelli.
Ovviamente le sequenze in tale modo generate potranno costituire delle utili sequenze fisse di cappelli da utilizzare in futuro, quando riteniamo che tali sequenze siano utili in relazione al focus che orienta il processo di pensiero attuato mediante il ricorso alle sequenze di cappelli.

Per individuare quali cappelli utilizzare in una sequenza e stabilire in che ordine utilizzarli, possiamo anche avvalerci di un particolare AI chatbot, reso disponibile, per la durata di un anno, a chi frequenta i miei corsi, nella piattaforma interattiva alla quale è possibile accedere dopo avere acquistato un mio corso. Tale chatbot, denominato “Hats GPT”, è un agente AI specificamente realizzato dalla de Bono Ltd per la tecnica dei Sei cappelli per pensare.

SECONDO MODO: LA FUNZIONE ANCILLARE (O DI AUSILIO) DEI CAPPELLI
Nella tecnica dei Sei cappelli per pensare, l’essere umano deve sempre rilevare e contrastare le allucinazioni dell’AI e i rischi derivanti da dati e informazioni non verificati che l’AI fornisce, che vanno sempre verificati dall’essere umano. I Sei cappelli per pensare e il controllo umano costituiscono pertanto un presidio contro allucinazioni dell’AI e dati non verificati.

Quando usiamo il cappello bianco possiamo impiegare l’AI per acquisire dati e informazioni, ma, sempre con il cappello bianco, dobbiamo verificarne sempre la fonte, anche, ma non solo, con l’aiuto dell’AI.

Quando usiamo il cappello giallo per rilevare valori, aspetti positivi e benefici, possiamo chiedere aiuto all’AI, ma dobbiamo sempre verificare che tali valori, aspetti positivi e benefici abbiano una fonte affidabile e non siano inventati o ipotizzati senza fondamento.

Quando usiamo il cappello nero per rilevare rischi, punti di cautela, possibili difficoltà e aspetti negativi, possiamo chiedere aiuto all’AI, ma dobbiamo sempre verificare che tali rischi, punti di cautela, possibili difficoltà e aspetti negativi abbiano una fonte affidabile e non siano inventati o ipotizzati senza fondamento.

Nessun impiego di AI con il cappello rosso.
Nella tecnica dei Sei cappelli per pensare, tale cappello, che attiene alla sfera emotiva, ossia riguarda i sentimenti, le emozioni e l’intuizione, non può avere ausili dall’AI, in quanto la frequenza di pensiero relativa a tale cappello è una frequenza totalmente umana, basata su quanto accade nella sfera emotiva degli esseri umani, che è attualmente insostituibile da parte dell’AI, e, pertanto, non può essere, neppure parzialmente, sostituita dall’AI, né alla stessa demandata.

Con riferimento al cappello verde, rinviamo alla trattazione che faremo in relazione al pensiero laterale, quando illustreremo il prossimo modo.

Con riferimento al cappello blu, tendenzialmente chi lo indossa, dovendo dirigere e organizzare il processo di pensiero, dovrà avere un preminente controllo del processo tramite l’intelligenza umana, con ricorso solo ausiliario, se del caso, per determinati e specifici compiti, all’AI.

TERZO MODO: AIUTO NELL’APPLICARE I TOOL DEL PENSIERO LATERALE
L’AI può aiutarci nell’applicare i tool del pensiero laterale, soprattutto quando impieghiamo dei template.

Con riferimento al tool del focus, ad esempio, quando impieghiamo il template relativo alla ridefinizione del focus relativo allo scopo, che abbiamo illustrato in precedenti articoli presenti nel blog e in precedenti video che potete consultare tramite i link presenti nella descrizione del video che trovate in alto, quando espandiamo il focus, chiedendoci perché vogliamo realizzare tale focus, ovvero quando riduciamo il focus, chiedendoci cosa ci sta bloccando, per rispondere a tali domande possiamo anche utilizzare un chatbot di intelligenza artificiale, avendo sempre cura di vagliare con attenzione le risposte che ci fornisce.
La prima definizione del focus è di competenza esclusiva degli esseri umani che usano tale tecnica, ma l’AI può esserci di aiuto nelle successive attività di ridefinizione e raffinamento del focus.
Anche in tali fasi di impiego del tool del focus, tuttavia, l’essere umano che impiega tale tool deve mantenere il controllo del processo di pensiero e vagliare attentamente gli output prodotti dall’AI.

QUARTO MODO: ESERCITARSI ALL’USO DELLE TECNICHE APPRESE
Questo è un modo tipico dell’AI chatbot dedicato de Bono, denominato “Hats GPT”, specificamente realizzato dalla de Bono Ltd per la tecnica dei Sei cappelli per pensare.
Il chatbot dedicato de Bono è utile sia per l’addestramento, da parte del trainer certificato de Bono, come il sottoscritto, degli allievi durante i corsi, sia per gli stessi allievi, che possono fruire in autonomia di tale chatbot dopo avere frequentato i corsi che erogo.

Possiamo ad esempio, senza utilizzare l’AI, scegliere una sequenza fissa di cappelli o assemblarne una nuova, e verificare poi i risultati del nostro processo di pensiero condotto senza l’ausilio dell’AI con quanto proposto da Hats GPT.

QUINTO MODO: L’AI COME GENERATORE DI ALTERNATIVE
Nel pensiero laterale de Bono, la generazione di alternative è fondamentale per uscire dai pattern dominanti.
Per questa finalità esiste un tool dedicato de Bono, il tool delle alternative ed estrazione di concetti, che consente di generare idee alternative partendo da un elemento, oggetto o idea.

L’AI può essere utilizzata come ausilio del predetto tool per generare rapidamente molteplici alternative rispetto all’elemento, oggetto o idea da cui partiamo.
L’AI può proporre angolazioni inaspettate, che l’essere umano potrebbe non considerare immediatamente, in quanto l’AI, a differenza del cervello umano, ha una memoria di lavoro enorme e immediatamente fruibile, e ciò costituisce uno dei vantaggi dell’AI rispetto all’intelligenza naturale.
Tuttavia, il cervello umano deve mantenere il controllo: valutare criticamente ogni alternativa proposta, selezionare quali alternative meritano esplorazione, combinare e rielaborare le alternative in modi nuovi. Non possiamo accettare passivamente le proposte dell’AI.

Nell’ambito della tecnica dei Sei cappelli per pensare, l’AI può aiutarci a generare alternative quando impieghiamo il cappello verde, che prevede la generazione di nuove idee mediante l’impiego di tool del pensiero laterale.
L’AI ci può pertanto assistere nella fase generativa, ma la valutazione degli output rimane sempre ed esclusivamente demandata all’essere umano che la impiega.

SESTO MODO: L’AI COME DEVIL’S ADVOCATE STRUTTURATO
L’AI può essere utilizzata per sfidare sistematicamente le proprie ipotesi, generare controargomentazioni a una tesi, identificare punti deboli in un ragionamento e simulare oppositori o stakeholder critici.
Ma anche qui il cervello umano deve formulare le domande giuste da porre all’AI, distinguere tra critiche valide e critiche superficiali, integrare le controargomentazioni nel proprio ragionamento e mantenere il controllo della decisione finale.

Questo modo è connesso con il cappello nero, che viene impiegato nella tecnica dei Sei cappelli per pensare o tecnica del pensiero parallelo, e che è relativo alla rilevazione dei rischi, dei punti di cautela e delle difficoltà.
Questo modo potenzia la funzione del cappello nero, ma non lo sostituisce.
Il giudizio finale su quali rischi sono reali e quali meritano attenzione rimane umano.

SETTIMO MODO: L’AI PER IL BENCHMARKING DI IDEE
Prima di implementare una soluzione, l’AI può essere utilizzata per verificare se soluzioni simili sono già state tentate altrove, identificare casi studio rilevanti e analizzare risultati di approcci analoghi in altri settori o contesti.
Il cervello umano deve però valutare la rilevanza dei benchmark trovati, adattare le lezioni apprese al proprio contesto specifico ed evitare sia il “not invented here syndrome”, ossia la sindrome del “non è stato inventato qui” (consistente nel rifiuto di ogni idea, prodotto o tecnologia esterni alla realtà aziendale), sia il suo opposto, costituito dall’accettare acriticamente soluzioni altrui solo perché hanno funzionato altrove.

Ulteriori modi per usare l’AI senza spegnere il cervello

Per completezza, vi segnalo che esistono altri modi per usare l’AI, che non ho incluso in questo articolo per ragioni di spazio e complessità.
Ve ne segnalo due che ho selezionato tra i tanti.

SIMULARE SCENARI FUTURI NEL PENSIERO STRATEGICO
L’AI può generare scenari “what-if”, basati su variabili multiple, e simulare conseguenze di decisioni in contesti complessi.

Tuttavia il pensiero strategico è estremamente complesso, e questo modo si presta difficilmente a sintesi nell’ambito del presente articolo. Richiede un approfondimento dedicato.

AI-FREE ZONES
Alcuni ricercatori raccomandano di designare periodi deliberati senza AI per preservare le capacità cognitive, come un’ora al giorno o interi progetti senza AI.
Pur essendo un approccio documentato in letteratura, ho scelto di non includerlo, perché preferisco concentrarmi su modi che integrano l’AI, impiegandola in modo produttivo ed efficace piuttosto che escluderla.

Come usare efficacemente l’AI: le risposte alle domande iniziali

Ora siamo in grado di rispondere alle domande che ci siamo posti all’inizio.

Come l’AI può migliorare il ragionamento senza sostituire il giudizio umano?

L’AI migliora i risultati del processo di pensiero quando la usiamo quale ausilio del nostro pensiero, e non quale suo sostituto o surrogato, senza impegnarci in alcuna attività di pensiero. Quando ci costringe a formulare domande precise, a chiarire i nostri obiettivi, a esplicitare le nostre ipotesi.
Il giudizio umano rimane insostituibile, perché solo noi possiamo valutare il contesto reale, le implicazioni etiche, le sfumature culturali e gli aspetti emotivi che l’AI non può comprendere.
L’AI amplifica il nostro pensiero quando manteniamo il controllo del processo decisionale.

Quali sono gli errori più comuni quando si usa l’AI per decidere o pianificare?

In questo articolo, con il termine “errore” non intendo riferirmi né al suo significato di deviare da una regola o da una norma di comportamento imposta da una data cultura in una data epoca in cui viene effettuata la valutazione di erroneità di alcune attività degli esseri umani, e, aggiungo, degli agenti AI o AI agent, né a quello di lasciare vagare la nostra mente senza utilizzare una tecnica di pensiero adeguata, assecondando il funzionamento di default del nostro cervello.
Tenendo presenti i risultati delle ricerche del Professor Edward de Bono, che ha dimostrato che una percentuale prossima al 90% degli errori di pensiero deriva da inadeguatezze di percezione e non da errori di logica, con il termine “errore” intendo invece riferirmi a una percezione inadeguata, da parte di chi usa l’AI, del proprio ruolo nel processo di pensiero. Mi riferisco, cioè, alla percezione che porta chi usa l’AI a considerarla un sostituto del proprio pensiero, anziché uno strumento da governare attivamente. Intendo riferirmi a quei comportamenti cognitivi che si manifestano quando si rinuncia (consapevolmente o inconsapevolmente) alla propria funzione di pensatore attivo, affidandosi in modo acritico agli output generati dal sistema, perdendo così un’occasione preziosa: quella di esercitare le capacità tipicamente umane di esplorazione, valutazione e generazione di alternative.

L’AI produce risposte probabilistiche basate su pattern statistici; senza un pensiero umano attivo che le governi, orienti e verifichi, tali risposte possono risultare inadeguate al contesto specifico in cui vengono applicate, non perché siano “sbagliate” in assoluto, ma perché la percezione di chi le usa non ha consentito di sottoporle al vaglio di un pensiero guidato da adeguate tecniche.
La letteratura scientifica più recente definisce questo fenomeno “automation bias”: la tendenza umana a ridurre la vigilanza e la supervisione quando si lavora con sistemi automatizzati, fidandosi della loro percepita affidabilità. La dipendenza eccessiva dall’AI si verifica quando gli utenti accettano le raccomandazioni generate senza porle in discussione, e, in tale modo, viene pregiudicata l’efficienza dei processi decisionali, che conducono a risultati inadeguati.

L’errore più grave è costituito dal delegare completamente il pensiero all’AI, accettando passivamente i suoi output senza verificarli.

Altri errori comuni sono costituiti dal non controllare le fonti dei dati e delle informazioni forniti, dall’ignorare che l’AI possa avere delle allucinazioni, dimenticandoci che l’AI ragiona attraverso pattern linguistici e non mediante la comprensione del mondo reale, e, infine, dal perdere la capacità di pensare autonomamente per eccessiva dipendenza dallo strumento.

Come usare l’AI per verificare punti ciechi, rischi e controargomentazioni?

L’AI è eccellente per generare prospettive alternative che potremmo non avere considerato, simulare oppositori che sfidano le nostre ipotesi praticando l’adversarial thinking, e identificare rischi nascosti nelle azioni che stiamo per compiere o nelle idee che stiamo pianificando di implementare.
Ma il suo vero valore emerge quando la usiamo come strumento di sfida, intesa come tentativo di messa in discussione delle nostre proposte di decisione nell’ambito di una sessione di pensiero e di ricerca di possibili alternative, e non come strumento di conferma. Chiediamole di confutare le nostre tesi, di trovare falle nei nostri ragionamenti, di proporci scenari che non abbiamo immaginato. Poi tocca a noi valutare quali di queste sfide sono legittime e quali no.

Vi ricordo che il pensiero laterale prevede, tra i suoi vari tool, uno specifico tool di sfida, di cui ho trattato in un precedente articolo nel blog e in un precedente video, e per il cui impiego possiamo anche avvalerci dell’ausilio dell’AI.

Cosa vi propongo di fare

Vi invito a riflettere su quante volte, nelle vostre aziende, avete avuto difficoltà nel gestire processi decisionali complessi, nel trovare soluzioni creative a problemi ricorrenti o nel ridurre costi aziendali mantenendo la qualità.
L’intelligenza artificiale è uno strumento potente, ma, senza le tecniche giuste per sfruttare l’intelligenza umana, rischia di diventare una stampella che indebolisce invece di rafforzare.

Le tecniche del Professor Edward de Bono, dal pensiero laterale, ai Sei cappelli per pensare, al pensiero strategico, non sono teoria astratta. Sono strumenti concreti, testati in migliaia di organizzazioni in tutto il mondo, che si integrano perfettamente con l’intelligenza artificiale per ottenere risultati che né l’essere umano né la macchina potrebbero raggiungere da soli.

Se volete applicare queste tecniche nella vostra realtà aziendale, se volete che i vostri team imparino a usare l’AI senza spegnere il cervello, contattatemi. Fornisco strumenti concreti, non solo teoria. Formazione certificata, consulenza personalizzata, risultati misurabili.

Non lasciate che l’intelligenza artificiale diventi una scusa per smettere di pensare. Fatela diventare un amplificatore del vostro pensiero.

Prenotate una consulenza gratuita di 30 minuti e ne parliamo insieme.